Temi e metafore cristiani nel romanzo di Proust

Se io fossi stato un filosofo o un teologo, mi sarebbe piaciuto scrivere un libro intitolato Il Cristianesimo come cultura e come fede ; ma purtroppo sono solo un professore universitario di letteratura francese, e quindi quel libro non lo scriverò mai. Me ne dispiace molto, anche perché, in questa calda estate giubilare, alcuni dei temi che vi avrei trattato mi sono apparsi freschi e attuali. Il Cristianesimo come fede mi sembra la certezza di poter risorgere insieme a Cristo; il Cristianesimo come cultura è invece l'adozione di un insieme di interessi, abitudini, opinioni e pensieri che fanno parte del "bagaglio antropologico" della tradizione cristiana. Le due cose sono distinte e autonome l'una rispetto all'altra, anche se tra loro esiste una qualche parentela e talvolta esse coesistono nelle stesse persone.

Molti osservatori e opinionisti, interpellati e sorpresi dalla serenità di quei 2 milioni di giovani così contenti di lasciarsi arrostire al sole di Tor Vergata nel più terribile agosto romano (quasi come i tre giovani nella fornace del libro di Daniele), si sono chiesti alternativamente "Fu vera fede?", oppure "Fu vera cultura"? E' una cosa ovvia che la vera fede debba essere interiore e magari silenziosa o invisibile (se non per i suoi effetti); ma perché mai una cultura dovrebbe evitare di mostrarsi in mondovisione e di apparire quantitativamente abbondante? Anche se la fede fosse morta, il cristianesimo come cultura godrebbe, a quanto pare, di buona salute. Ben venga dunque questo convegno — e ringrazio per il grande onore di avermi invitato a parteciparvi — perché sarebbe un errore scientifico fornire una descrizione della cultura contemporanea che prescinda dalla componente cristiana.

Come se temessero di non essere ancora del tutto usciti dall'adolescenza, molti intellettuali contemporanei, per dimostrare a se stessi di essere davvero divenuti adulti, respingono con zelo quella cultura ebraico-cristiana che i genitori e i nonni o i bisnonni, oppure una bimillenaria tradizione hanno trasmesso loro. Chi morirebbe di vergogna se fosse sorpreso a confondere tra loro due diversi miti greci, oppure se venisse colto in flagrante stato di impreparazione circa questo o quell'aspetto della religione indiana, è invece orgoglioso di non saper riconoscere la più elementare frase tratta dal Vangelo, si vanta di non aver mai letto i due libri di Samuele (un capolavoro superiore all'Iliade), cade dalle nuvole se in sua presenza si azzarda un'allusione ai quattro canti del Servo di Jahvè in Isaia (uno dei vertici della lirica universale) o se si citano i versetti di un Salmo, ed è molto fiero di non saper nulla sulla storia del cristianesimo e sui più fondamentali concetti teologici attorno ai quali si è fatta la storia dell'Europa. Dopo duemila anni di cristianesimo sono poche le cose rimaste completamente estranee ad esso, almeno nella cultura occidentale. Perciò - faccio un esempio classico - chi non possiede gli strumenti necessari per "leggere" le sculture della facciata di una cattedrale romanica o gotica - basti pensare alla vicinissima Orvieto, che Proust evoca più volte - , è condannato a non capire molto di ciò che lo circonda, sia in campo artistico e architettonico, sia in ambito letterario o musicale.

Ogni manuale di storia della letteratura francese del ventesimo secolo dedica un capitoletto ai romanzieri, poeti e autori teatrali cattolici, con in testa Bernanos, Mauriac, Claudel, Péguy e Francis Jammes. Il rischio di una simile ghettizzazione è che si finisca per pensare che tutti gli scrittori che stanno negli altri capitoletti di cristiano non abbiano assolutamente nulla e che si possa parlare di loro in modo scientificamente corretto prescindendo completamente dalla Bibbia e dalla storia della Chiesa. Parrebbe quasi che i cristiani, come gli apaches o i mohicani, siano relegati dentro apposite riserve indiane, dove possono magari arrivare ad essere anche due milioni o due miliardi, senza per questo funzionare come "sale della terra" (5,13). Per render conto della componente cristiana della cultura odierna, occorre dunque cercarne le tracce anche in scrittori e artisti che rifiutarono e non usano l'etichetta di cristiano. Ed è appunto quello che io ho fatto con il romanzo di Proust. Vi parlerò ora dei temi e delle metafore cristiani in Alla ricerca del tempo perduto, ma cercherò di dimenticare di essere uno specialista e tenterò di usare Proust solo come un esempio, o per meglio dire, come un caso limite di impregnazione cristiana di un testo che apparentemente di cristiano non ha proprio nulla e che anzi potrebbe a prima vista sembrare un libro immorale e antireligioso, da mettere all'indice, se l'indice esistesse ancora, o da bruciare sul rogo, se vivessimo in un altro secolo. E, per prima cosa, occorre fare un grande sforzo di sintesi, lasciando da parte tutti i dettagli.

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Un romanzo è come una casa. Ci sono i muri maestri e ci sono i tramezzi. Quando si fa una ristrutturazione, se si demoliscono i secondi, non succede nulla, ma, buttando giù i muri maestri, la casa crolla. In A la recherche du temps perdu i muri maestri sono tre memorie involontarie, una all'inizio, una a metà e una alla fine. La prima la conoscono tutti: è la "petite madeleine" inzuppata nel tè, da cui risorgono Combray e l'infanzia. E' talmente nota che posso fare a meno di raccontarla.

La seconda invece non la conosce nessuno: è in Sodome et Gomorrhe. Il Narratore è un giovanotto. Va da solo in vacanza in una località balneare della Normandia, nello stesso albergo e nella stessa camera in cui anni prima era stato, ma in compagnia della nonna, ormai morta. Andando a letto, si spoglia e si china per togliersi le scarpe. Ma nel compiere questo gesto si sente turbato, sconvolto, e non sa perché (III, 152). Un'emozione fortissima lo scuote, singhiozzi violenti gli tolgono il respiro, lacrime a fiumi. Che accade? Poi capisce. Quel gesto, in quella stessa stanza, lo aveva compiuto la nonna, che si era chinata, per slacciargli le scarpe, avendolo visto stanco e pieno d'ansia. Così di colpo quella morta era resuscitata nel ricordo, ma solo per gridare la propria assenza eterna. Per la prima volta il Narratore prende atto realmente di questa morte, anzi della Morte in generale, del dolore in sé, del lato tragico della vita, di quanto sia atroce la verità. Come se fosse stato colpito da un fulmine, è annientato, e resta per due settimane chiuso in quella stanza, al buio, a piangere. Eppure, in mezzo a una sofferenza così grande, sente un preannuncio di salvezza, e quindi di felicità. Se la Recherche è anche un romanzo di formazione, questa scoperta del negativo è una tappa fondamentale, forse è la tappa fondamentale.

Quella misteriosa profezia di salvezza si realizza alla fine, nel Temps retrouvé, in un modo davvero stravagante, che probabilmente molti ma non tutti conoscono e che narrerò quindi brevemente. Il Narratore è un fallito, da ogni punto di vista, come uomo e come artista. Non ha combinato nulla. E' solo, è malato di nervi, ha trascorso invano lunghi anni in due case di cura che non lo hanno guarito. Ha sperimentato, sia pure da Parigi, l'orrore e i lutti della prima guerra mondiale. Alcuni dei suoi amici più cari sono morti in battaglia. Anche Combray, il dolce villaggio dell'infanzia, dal cui ricordo era nato il romanzo, è stato raso al suolo. Gli idoli sono crollati. Persino i più sacri affetti familiari - come quello per la madre - si sono rivelati intrisi di malattia e fonti di malattia. Tutto lo ha deluso, sia la vita sociale e mondana, sia l'amicizia e l'amore. Ed ha scoperto di non avere una vera vocazione di scrittore. Il testo non lo dice mai, ma implicitamente il lettore comprende che l'unica prospettiva seria a questo punto sarebbe il suicidio, perché un uomo così spregevole non ha diritto di vivere.

Meccanicamente, si reca ad un ricevimento pomeridiano a casa della nuova principessa di Guermantes (è la borghese e ricchissima Mme Verdurin che, rimasta vedova, ha sposato quell'aristocratico spiantato). Percorre a piedi l'ultimo tratto di strada, entra nel cortile, ma deve fare qualche passo indietro per evitare un'automobile che sta facendo manovra. Mette così un piede in un avvallamento del selciato e per qualche istante vacilla, sta per cadere. Improvvisamente lo assale una sensazione misteriosa di luce azzurra e di calore, associata ad profumo di mare e ad un'immensa gioia, una gioia ultraterrena, sublime, eterna. Sforzandosi di analizzare quel ricordo involontario e improvviso, riesce a riconoscerlo: "C'était Venise! Era Venezia!".

Molti anni prima, insieme con la mamma, era andato lì. Stava scrivendo qualcosa su Ruskin e doveva visitare molto attentamente il Battistero di san Marco, nel quale - come ben sanno i turisti - il pavimento è tutto avvallato. Così, per poter vedere meglio il Mosaico che raffigura il Battesimo di Cristo, indietreggiò, mise il piede su una lastra difettosa, su una pietra rovinata, e fu sul punto di cadere.

Analizzando la straordinaria e misteriosa somiglianza, al di là dello spazio e del tempo, tra queste due impressioni di vertigine, il Narratore comprende che esiste una più solida e più vera dimensione della realtà, sulla quale è possibile fondare il senso della vita e quindi l'Arte che questo "senso" ha appunto il compito di esplorare e rivelare. Di qui, come per un colpo di bacchetta magica, un prodigioso "lieto fine" nel segno della gioia, della verità, della speranza e anche, più semplicemente, della voglia di scrivere.

Per chi ha un minimo di consuetudine con la Bibbia è evidente che quella pietra difettosa, che meriterebbe di essere "scartata dai costruttori", quella pietra che fa inciampare e che, proprio perché fa inciampare, dona la salvezza, è una doppia metafora. Essa rinvia al Narratore e a tutti i suoi fallimenti: li riassume in un oggetto solido e simbolico. Veramente, come colui che dice Io nel Salmo 21, il Narratore - uomo fallito - poteva cantare: "Ma io sono un verme, non uomo,/ infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo./ Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo" (vv. 7-8).

Ma, ben oltre il Narratore, quella pietra difettosa, che sarebbe da scartare ma viene invece scelta per realizzare un grandioso progetto, non può non rinviare anche a Colui di cui, per figura, parlarono il Salmista e Isaia.

La pietra scartata dai costruttori

è divenuta testata d'angolo;

ecco l'opera del Signore:

una meraviglia ai nostri occhi. (Sal 117,22)

Dice il Signore Dio:

"Ecco, io pongo una pietra in Sion,

una pietra scelta,

angolare, preziosa, saldamente fondata:

chi crede non vacillerà" (Is 28,16)

Il Signore degli eserciti [...]

sarà laccio e pietra d'inciampo

e scoglio che fa cadere

per le due case di Israele (Is 8,14)

Secondo il Vangelo di Matteo e quello di Marco, Gesù applicò a se stesso quello che il Salmo citato dice della pietra (Mt 21, 42-44; Mc 12,10). E, conseguentemente, di essa parlò l'apostolo Pietro nel discorso davanti al Sinedrio e nella sua prima lettera: "Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d'angolo" (Atti 4,11; 1Pt 2,7). Sullo stesso concetto torna Paolo nella lettera agli Efesini (Ef 2,20).

Il pericolo è che la glorificazione finale ci faccia trionfalisticamente dimenticare la prima parte, dolorosa e squallida, di questa "storia di una pietra". Colui che i costruttori rifiutano è la stessa persona di cui parla Isaia nel quarto canto del servo:

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per potercene compiacere.

Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima (Is 53,2-3)

Insomma: qui le cose sono molto semplici. C'è un romanzo in cui l'eroe diventa tale solo nel momento in cui riconosce tutta la propria debolezza, quando scende fino all'ultimo gradino della condizione umana, quando si accorge di non valere nulla e di non avere più nessun punto di appoggio per andare avanti: "Chi si umilia sarà esaltato".

Chi ha letto non soltanto qualche biografia di Proust ma anche le sue lettere può proiettare queste pagine narrative sullo sfondo di un'esperienza biografica anch'essa tutta intessuta di fallimenti e umiliazioni. A parte le molte e gravi malattie, sia organiche sia psichiche, non era allora così facile essere omosessuali e comunque il modo con cui Proust lo fu era tutto impastato non certo di orgoglio ma di senso di colpa e soprattutto di un profondo sentimento di vergogna e del conseguente bisogno di nascondere agli altri, specialmente ai familiari, la propria verità. Avrebbe potuto fare sue alcune delle parole di Giobbe:

Perisca il giorno in cui nacqui

e la notte in cui si disse: "E' stato concepito un uomo!" (3,3)

Se mi corico dico: "Quando mi alzerò?"

Si allungano le ombre e sono stanco di rigirarmi fino all'alba (7,4)

Stanco io sono della mia vita! (10,1)

Sono diventato ludibrio dei popoli,

sono oggetto di scherno davanti a loro.

Si offusca per il dolore il mio occhio

e le mie membra non sono che ombra (17,6-7)

Se posso sperare qualche cosa, la tomba è la mia casa,

nelle tenebre distendo il mio giaciglio.

Al sepolcro io grido: "Padre mio sei tu!"

e ai vermi : "Madre mia, sorelle mie voi siete!"

E la mia speranza dov'è? (17,13-15)

Ora si ridono di me

i più giovani di me in età [...]

Ora sono io la loro canzone,

sono diventato la loro favola!

Hanno orrore di me e mi schivano" (30,1.9-10).

Ma il senso della metafora della pietra è ancora più ricco. Proprio perché è sceso fino all'ultimo gradino di questo "fonte battesimale", il Narratore, quando diventerà artista e scrittore, potrà trasmettere ai lettori quello stesso sentimento della propria "nullità" da cui discendono il bisogno e la possibilità di essere salvati. Il Narratore è dunque un salvato che salva a sua volta, e questo non grazie alla sua intelligenza, salute e bellezza, ma proprio perché non nasconde a se stesso la propria miseria fisica, intellettuale, affettiva e morale. Non sono un teologo, come ho detto, ma a me pare che qui siamo proprio nell'epicentro dell'antropologia cristiana. E quello che vorrei fosse chiaro a tutti è che, anche nell'economia del romanzo questo tema così cristiano della pietra difettosa non è marginale, non è uno dei mille episodi, ma da un lato - sotto forma di memoria involontaria - costituisce il pilastro fondamentale che regge tutta la vasta e complessa architettura narrativa, e dall'altro è diffuso un po' ovunque, in tutti gli altri episodi. Wagnerianamente, è un Leit-motiv: la verità viene da ciò che è umile e semplice, da ciò che gli uomini disprezzano. Questo rovesciamento dei valori è uno dei "sughi di tutta la storia" della Recherche . Dirò di più: è l'essenza stessa della visione del mondo di Proust, è anche ciò per cui tanti lettori, oltre ad apprezzarne lo straordinario talento artistico, sono stati spinti ad amarlo come un amico o un fratello, o un compagno di sventure, o un maestro. Perché a me sembra chiaro che l'enorme successo mondiale di questo scrittore e la passione con cui migliaia di persone in tutto il mondo leggono e rileggono il suo libro è un fenomeno che va al di là di una "letteratura" intesa come fatto formale o come produzione di "fiction". Può darsi che nel periodo tra le due guerre i lettori fossero attratti e deliziati dalle novità della tecnica di scrittura proustiana o dalla sua rivoluzionaria concezione del tempo e della memoria, ma oggi di novità e di rivoluzioni ne abbiamo viste ben altre, e anche troppe, e perciò, se siamo sinceri con noi stessi, dobbiamo ammettere che non è per questi motivi che amiamo (o detestiamo) Proust. Quello per la Recherche in molti casi è un vero e proprio culto. Il patto tra questo scrittore e il suo lettore è in gran parte fondato sul sentimento di autoaccettazione, o di "autoperdono" che la lettura della Recherche può comunicare . E' a partire da qui che veramente, come suona il titolo di un libro famoso, il romanzo di Proust può cambiarti la vita.

Ma facciamo un passo indietro.

Abbiamo visto che il terzo muro maestro è una metafora del Battesimo. E gli altri due? Andando a ritroso, soffermiamoci sul secondo: la nonna si china per slacciare le scarpe al nipotino. Beh! Non ci vuole molto per capire che è un'allusione quanto mai esplicita a ciò che dice, in tutti e 4 i Vangeli, San Giovanni Battista: "Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei sandali" (Mc 1, 7; cfr. Mt 3,11; lc 3,16; Gv 1,26-27). L'interpretazione poi è piuttosto libera: forse Proust ci vuole solo dire che l'amore della nonna (o della madre) per il figlio lo "consacra" e ne fonda (per ora solo in potenza) la missione di artista (in una concezione fortissima dell'arte come fonte di verità e di valori). Ma esiste un'interpretazione possibile ancora più intensa. La nonna è per varie ragioni una "martire", come il Battista, e forse è proprio questo suo "martirio" che rende possibile la "consacrazione" del nipote, fatta, per così dire, col suo sangue. Oppure invece, come il Battista, la nonna non è degna di sciogliere le scarpe al nipote, perché, per varie ragioni che qui non è il caso di analizzare, ella resta al di fuori della sfera della vera arte e quindi, come il Virgilio di Dante, anch'ella non può entrare nel Paradiso.

Andando ancora a ritroso, si è indotti a sospettare che anche il primo "muro maestro" - la "petite madeleine" - possa avere qualche misterioso rapporto con il Battesimo o comunque con la dimensione sacramentale, e il pensiero subito va all'Eucarestia e al momento della Comunione. Il gesto di Tante Léonie e quello della madre sono straordinariamente simili a quello che compie, in ogni messa, il sacerdote celebrante. Nel contesto del romanzo dietro quel gesto c'è - ancora una volta - l'amore della Madre per il Figlio. Tale amore, che si spinge fino al sacrificio della vita, è come un pane che si spezza (del resto nei primi avant-textes non era un biscotto fatto con farina di mandorla, ma semplice pane tostato). La "petite madeleine", così simile a una "coquille Saint-Jacques" è associata ai pellegrinaggi, e non soltanto a quelli verso il celebre santuario spagnolo. Ed un pellegrinaggio alla ricerca della salvezza è appunto anche il romanzo di Proust. Perché, per mezzo dei pellegrinaggi o dei giubilei, si può attingere una remissione delle colpe più completa di quella sacramentale. D'altra parte, come la psicanalisi ha reso ovvio, solo il superamento del senso di colpa attraverso una qualche forma di "perdono" interiore può consentire di sconfiggere, almeno in parte, la nevrosi, e di non essere quindi inghiottiti e paralizzati dalla disistima per se stessi e dal bisogno di autodistruggersi per espiare. Senza l'inattesa esperienza battesimale della pietra difettosa, mai e poi mai il Narratore avrebbe potuto cominciare a scrivere: sarebbe rimasto bloccato per sempre. Battesimo vuol dire appunto perdono dei peccati e perciò fuoruscita dal corto circuito della colpa e dell'espiazione

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Tralascerò completamente tutti gli altri innumerevoli riferimenti, più o meno importanti, alla Bibbia - sia Antico sia Nuovo Testamento - che Proust ha disseminato lungo il romanzo. Non dirò nulla sulla metafora dell'aquila apocalittica incisa sugli anelli di Albertine; né sul significato dei due uccelli uno di fronte all'altro, separati dalla vigna o dal calice eucaristico, ricamati su una vestaglia di Fortuny che Albertine amava indossare e che - ce lo dice lo scrittore - sono "simboli di morte e di resurrezione"; salterò a piè pari tutte le manifestazioni consce o semiconsce, visibili o seminascoste, del senso di colpa, per lo più legato alla tematica di Sodoma e Gomorra e quindi a un episodio biblico (compresi gli interessantissimi riferimenti a celebri quadri o affreschi). Manterrò il silenzio circa il modo con cui Proust riutilizza la storia di Abramo, quella di Giacobbe e quella di Giuseppe, nonché la vicenda di Mosé e di sua moglie Sefora. Trascurerò quello che scrive su Tobia e su Ester e - cosa ancor più grave - fingerò di aver dimenticato le numerose citazioni dai Vangeli. Non dirò nulla sulle splendide pagine dedicate all'architettuta e alla scultura cristiane del medioevo e agli articoli che Proust scrisse nel 1892 e nel 1904 per protestare contro gli eccessi dell'anticlericalismo e contro alcune conseguenze della legge per la separazione dello Stato dalla Chiesa. Mi asterrò dal ricordare la modernissima rivisitazione proustiana del pensiero di Pascal. E infine, anche a costo di deludere qualcuno, tralascerò completamente l'episodio della morte di Bergotte, che si conclude con una bella riflessione sull'immortalità dell'anima, un'ipotesi - scrive Proust - tutt'altro che inverosimile.

Trascurerò, forse ingiustamente, tutte queste interessantissime cose, perché qui io voglio mirare diritto al cuore del problema. E arrivo così, senza deviazioni, all'altro aspetto della "pietra scartata dai costruttori".

Il tema ebraico-cristiano della pietra prima rifiutata e poi esaltata fino ad essere scelta come "testata d'angolo" ha un doppio senso. Quella pietra i costruttori possono scartarla per due motivi, opposti tra loro. La possono respingere perché essa sembra loro difettosa o almeno non bella, perché si presenta come troppo umile e troppo povera, insomma: perché ha o sembra avere qualche imperfezione. Ma possono invece eliminarla, gettarla via od anche distruggerla e - fuori metafora - ucciderla o crocefiggerla perché sono loro - i costruttori - che sono "difettosi", cioè peccatori ed assassini. Cristo-Pietra in realtà è perfetto e in lui non c'è nessun difetto. Egli viene soppresso senza motivo, ingiustamente, in quanto vittima immacolata di un criminale linciaggio collettivo. Cristo-Pietra è l'Agnello sgozzato, contro il quale si è scatenata la cieca violenza dei "sacrificatori", che "non sanno quello che fanno", perché sono agiti da forze occulte, sono trascinati da un "meccanismo vittimario" le cui origini si perdono nella notte dei tempi ed il cui senso è stato "nascosto fin dalla fondazione del mondo".

Non sto usando alcune delle espressioni care a René Girard distrattamente. So bene quello che faccio. Se l'identità tra Dio e il capro espiatorio è la vera "essenza del Cristianesimo", allora Proust è scrittore cristianissimo perché nella Recherche è centrale il tema della persecuzione collettiva contro innocenti creduti a torto colpevoli. Non è possibile, in questa sede, fornire, in modo esaustivo e persuasivo, tutti gli esempi che sarebbe necessario ricordare, né posso leggere i brani più significativi. Mi limito ad un elenco di personaggi maggiori o minori: la nonna, la cameriera tormentata da Françoise, M. Vinteuil, Saniette, M. Nissim-Bernard, il cameriere della duchessa di Guermantes, Charlus (a partire dalla Prisonnière) , la Berma... E potrei continuare.

Tutte queste vittime immaginarie fanno da cormice o da "corona" ad una "persona della realtà" di cui si parla molto nel romanzo, almeno a partire da Le Coté de Guermantes : il capitano ebreo Alfred Dreyfus. Quel clamoroso errore giudiziario che divise in due la Francia e che vide schierato il giovane Proust tra gli innocentisti più appassionati è al centro della Recherche, anche se, con una certa discrezione, non è sbattuto in faccia al lettore, ma è tenuto in secondo piano o addirittura all'orizzonte.

Nel suo romanzo Proust non si sofferma sugli aspetti "politici" dell'Affaire Dreyfus, non gli interessa presentarcela come uno scontro tra destra militar-clericale e sinistra radical-socialista, bensì come la prosecuzione su vasta scala di quelle stesse pulsioni persecutrici che agiscono all'interno di ogni singola famiglia o di ogni "salotto" mondano (le torture inflitte dai Verdurin al loro ospite Saniette) oppure, ancora più in generale, all'interno di ogni rapporto interpersonale. Anche il più vasto fenomeno dell'antisemitismo, così diffuso nella società francese a cavallo dei due secoli, è ricondotto alle sue radici non "razziali" e nemmeno etniche o religiose ma semplicemente e universalmente antropologiche. Ogni gruppo composto da più persone, per mantenere la propria coesione e per consolidarsi, ha bisogno di compiere di tanto in tanto qualche sacrificio umano. Si tratta di crudeli "riti" collettivi e fondatori (cioè basi indispensabili del vivere associato e "civile"), al quale partecipa lo stesso Narratore. La società francese di fine ottocento e dell'inizio del novencento non aveva più, almeno apparentemente, nessuna somiglianza con le feroci tribù africane o australiane dove questi fenomenti sono stati studiati "allo stato puro" dagli esploratori, né somigliava alla società atzeca che si fondava sul sangue di circa ventimila capri espiatori l'anno (R. Girard, Quand ces choses commenceront, Paris, Arléa, 1994, p. 96), e nemmeno era simile alla Grecia del periodo arcaico, culla dei miti che questi sacrifici raccontano e giustificano, eppure sostanzialmente anche l'"Affaire Dreyfus" è visto da Proust nella stessa ottica con cui Frazer nel Ramo d'oro descrive e interpreta quelle strane e terribili usanze.

E' assai interessante il fatto che il Narratore e qualche altro personaggio "sensibile" restino scandalizzati soprattutto dall'antidreyfusismo dei cristiani praticanti. La giovane attrice ebrea, amante di Robert de Saint-Loup, soprannominata Rachel-quand-du-Seigneur, dice al Narratore: "La mère de Robert, une femme pieuse, dit qu'il faut qu'il (Dreyfus) reste à l'ile du Diable, meme s'il est innocent, ce n'est pas une horreur?" (II, 462). E' come se Proust vedesse nella persecuzione giudiziaria contro Dreyfus la persistenza di un religione pagana e precristiana, cioè un atto di idolatria. Non si può servire a due padroni, a Cristo e al bisogno cieco e bestiale di linciare qualche poveraccio, magari ingiustamente calunniato. Bisogna scegliere.

Se la letteratura altro non è che la "vera vita", e cioè la verità, la missione di cui il Narratore alla fine del romanzo sente di essere investito, essa comprende anche l'obbligo di smascherare la realtà della violenza sacrificatrice, riabilitando le vittime innocenti e rivelando ad ogni uomo, in quanto membro del "branco", la sua natura di assassino. La lezione della Recherche infatti non è lusinghiera dal punto di vista della "natura" dell'uomo come membro di una folla. Proust ci offre un'immagine dell' "uomo naturale" assai inquietante. A prescindere dalla luce di verità emanata da quella "pietra scartata dai costruttori", che viene scelta come testata d'angolo e fondamenta del romanzo, l'uomo è agito da meccanismi che lo spingono inesorabilmente ad accanirsi come una belva contro agnelli sacrificali innocenti. Solo quella "pietra" può aiutarci a capire che siamo tutti assassini e, avendolo capito, a non esserlo più.

Precorrendo René Girard, Proust, pur non essendo né un teologo né un vero credente, intuisce lo stretto rapporto che lega tra loro il sacrificio della Messa ed ogni nuova persecuzione di massa contro innocenti capri espiatori. Uno degli episodi più divertenti della Recherche è, in Sodome et Gomorrhe, il racconto della conversazione tra Swann e il principe di Guermantes. Antidreyfusards accaniti, il principe e la principessa cominciarono ad avere separatamente dei dubbi circa la colpevolezza del capitano ebreo. I dubbi poco a poco si trasformarono nella certezza contraria, ma ognuno dei due aristocratici ipertradizionalisti non osava manifestare al coniuge la sua nuova convinzione, temendo di scandalizzare l'altro/a. Per ognuno dei due però la prima reazione, appena convertitisi all'innocentismo, era stata far dire delle messe per Dreyfus. Un giorno il confessore di famiglia dice al principe che non può dire la messa richiesta per Dreyfus perché già gliene è stata commissionata un'altra. "Da chi?", chiede sorpreso il principe? Da una persona che lei conosce bene, risponde il prete (III, 109). E così, attraverso l'eucarestia, i due sposi scoprono l'identità delle loro convinzioni sull'Affaire. E' come se Proust sapesse molto bene che Cristo è "realmente presente" in ogni innocente condannato. Quando un errore giudiziario è provocato dall'isteria collettiva di una folla assetata di sangue, si ripete il "mistero" del Sinedrio, del Pretorio e del Golgota e non c'è differenza tra una cattedrale in cui si celebri una messa ed un'aula giudiziaria in cui Dreyfus o qualunque altra "vittima" siano "immolati". Su questo punto l'autore della Recherche sembra conoscere Matteo 25, 31-46 meglio di molti cristiani: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me".

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Per concludere questo mio intervento, vorrei pormi una domanda difficile. Che Proust, pur dichiarandosi non credente, fosse impregnato di "cristianesimo come cultura" a me appare evidente, e spero che questa riflessione sul tema della "pietra scartata" sia sembrata persuasiva a chi mi ha ascoltato. Ma possiamo accontentarci di una conclusione così scontata? Ho appena detto che in certi casi si ha l'impressione che Proust fosse più cristiano di molti cattolici rumorosi, aggressivi e un po' tromboni, perché con spontaneità si poneva dalla parte dei deboli, dei disprezzati, di coloro che sono umiliati e maltrattati. Il problema è questo. Dire che Proust possedeva il cristianesimo come fede sarebbe esagerato e falso; ma sarebbe riduttivo pensare che nel suo libro ci sia solo qualche rimasuglio di cristianesimo come cultura - come quei fazzoletti di neve che coprono a tratti i prati di montagna, in aprile o in maggio. La sensibilità cristiana presente nella Recherche è troppo forte per poter essere adeguatamente descritta in termini puramente "culturali". Non è solo un insieme di idee o di abitudini tradizionali. Dobbiamo allora ammettere che vi sia un terzo modo di essere cristiani, oltre alla via della fede e a quella della cultura? Non so, non oso avanzare ipotesi di carattere generale. Mi limito a constatare che alcuni temi e alcune metafore cristiani furono per Proust una vera ossessione o, se preferite, una passione.

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